Mio padre è diabetico. Adesso è seduto al tavolo in vestaglia, si mette gli occhiali, si pulisce il medio con un batuffolo d'ovatta e come ogni sera si fa un buchetto per far uscire un po' di sangue da mettere dentro una macchinetta. Guarda il display, lo allontana per vederlo meglio legge il valore della sua glicemia e lo appunta in una tabella che custodisce gelosamente.
Questo succede ogni sera, ma io me ne sono accorto solo oggi. No, non intendo della glicemia, del buco e degli appunti, io stasera mi sono accorto di mio padre. Mi sono accorto dei suoi gesti sistematici, mi sono accorto di conoscerli come fossero miei, mi sono accorto di essere lontano. Sono rimasto a guardarlo, stando attento a non incrociare il suo sguardo; che vuoi? mi avrebbe chiesto e io non ce l'avrei fatta a parlare: mi veniva da piangere, ma non avrei saputo dirgli il perchè.
Lui è mio figlio, il più piccolo, con lui posso giocarci ancora un po'. Mi ricordo quando disse questa frase ad un suo amico sulla spiaggia, io ero un ragazzino e fremevo dalla voglia di andare a giocare a pallone con lui in acqua. Saranno passati 20 o 25 anni, mio padre adesso è seduto a un metro da me e io vorrei trovare la forza di dirgli grazie per quella partita, ma forse non ce l'ho. Mi vengono in mente le sue colpe, tutti gli uomini ne hanno, mi si mischiano in testa i ricordi, mi si accavallano le immagini di una vita da figlio, una vita a vedere quell'uomo perdere i capelli guardandolo sempre come un padre.
"Padre, se anche tu non fossi il mio padre, per te stesso, egualmente t'amerei".
Io non so chi sia mio padre, non so chi sia oltre ad essere mio padre. Adesso è seduto davanti a me con la sua debolezza, con i suoi occhiali sulla punta del naso e il suo dito sanguinante. Mentre le lacrime spingno dentro i miei occhi io resto a guardarlo e mi chiedo che figlio io sia stato. Penso a quando lui non ci sarà più, penso a quando io sarò padre e se troverò il coraggio di esserlo. Io non sono il tipo che riesce a dire ti voglio bene, preferisco trattenere le lacrime e sperare di mostrarlo in altro modo.
Lui rimette a posto la macchinetta per la glicemia, torna sulla sua poltrona e continuiamo a vedere un pessimo film americano. In silenzio.
Questo succede ogni sera, ma io me ne sono accorto solo oggi. No, non intendo della glicemia, del buco e degli appunti, io stasera mi sono accorto di mio padre. Mi sono accorto dei suoi gesti sistematici, mi sono accorto di conoscerli come fossero miei, mi sono accorto di essere lontano. Sono rimasto a guardarlo, stando attento a non incrociare il suo sguardo; che vuoi? mi avrebbe chiesto e io non ce l'avrei fatta a parlare: mi veniva da piangere, ma non avrei saputo dirgli il perchè.
Lui è mio figlio, il più piccolo, con lui posso giocarci ancora un po'. Mi ricordo quando disse questa frase ad un suo amico sulla spiaggia, io ero un ragazzino e fremevo dalla voglia di andare a giocare a pallone con lui in acqua. Saranno passati 20 o 25 anni, mio padre adesso è seduto a un metro da me e io vorrei trovare la forza di dirgli grazie per quella partita, ma forse non ce l'ho. Mi vengono in mente le sue colpe, tutti gli uomini ne hanno, mi si mischiano in testa i ricordi, mi si accavallano le immagini di una vita da figlio, una vita a vedere quell'uomo perdere i capelli guardandolo sempre come un padre.
"Padre, se anche tu non fossi il mio padre, per te stesso, egualmente t'amerei".
Io non so chi sia mio padre, non so chi sia oltre ad essere mio padre. Adesso è seduto davanti a me con la sua debolezza, con i suoi occhiali sulla punta del naso e il suo dito sanguinante. Mentre le lacrime spingno dentro i miei occhi io resto a guardarlo e mi chiedo che figlio io sia stato. Penso a quando lui non ci sarà più, penso a quando io sarò padre e se troverò il coraggio di esserlo. Io non sono il tipo che riesce a dire ti voglio bene, preferisco trattenere le lacrime e sperare di mostrarlo in altro modo.
Lui rimette a posto la macchinetta per la glicemia, torna sulla sua poltrona e continuiamo a vedere un pessimo film americano. In silenzio.